Naniwa hika1 (uno dei diversi titoli del film) racconta
la storia di una donna. Murai Ayako, interpretata da un'immensa Yamada Isuzu e la sua discesa all'inferno per
pagare i debiti di famiglia.
È con questo film che Mizoguchi
avvia la sua personale analisi della condizione femminile, riuscendo a
realizzare grazie alla sua ottima regia ed alla straordinaria interpretazione
della Yamada, un capolavoro senza tempo.
Recensione di Shimamura81 (AsianWorld)

Fortemente influenzato dall'esperianza personale dell'aver visto la propria famiglia vendere come geisha la sorellina Suzu2, in Osaka Elegy Mizoguchi mette alla berlina una società che predilige l'uomo, non lesinando a sacrificare le donne in nome di una ideologia che oramai non sembrava più avere alcun fondamento. È un ambiente in cui gli uomini mantengono il controllo su tutto ed alle donne non resta altro che aspettare e subire. È il regno degli uomini, un'illusione potente, costruito come un giocattolo bellissimo fatto di porte scorrevoli, pareti di carta, e partizioni sottili, gli ambienti interni che appaiono labirintici e senza tempo attraverso l'uso da parte del regista dei campi lunghi. Alle donne invece il compito di inginocchiarsi continuamente, camminado dietro gli uomini. Ma l'illusione funziona in entrambi i modi, e spesso questa paventata “grandezza” maschile non serve ad altro che a mascherare la loro piccolezza e la propria soggezione nei confronti di quelle stesse donne che credono di avere sotto il proprio giogo. Ed è lo stesso regno che impone ad Ayako/Yamada di essere una figlia obbediente, una sorella responsabile, una lavoratrice ligia al dovere e se ce ne sarà l'occasione anche una moglie devota.
Ma sono tuttavia posizioni
incompatibili tra di loro...

Il film ebbe tuttavia
ripercussioni importanti e segnò l'avvio, tra l'altro, della collaborazione ta
Mizoguchi e lo sceneggiatore Yoda Yoshikata, sodalizio che porterà i due a realizzare alcuni dei più
grandi film della storia del Cinema giapponese
e non solo.
Osaka Elegy rappresenta una delle punte del cinema di Mizoguchi,
oltre che una delle perle più splendenti del cinema nipponico.
È il punto d'inizio migliore per
chi non conosce ancora il cinema di Mizoguchi e un'occasione imperdibile per
chi finora ha creduto che Mizoguchi fosse solo I racconti della luna pallida d'agosto o Vita di Oharu.
Per tutti gli altri sarà invece
soltanto quello che è: un film bellissimo... il cinema.
Mizoguchi Kenji

La morte della madre quando Mizoguchi ha 17 anni costringe il giovane a trovare lavoro come decoratore di stoffe e solo grazie ai sacrifici della sorella cui sarà attaccato per tutta la vita, riesce a riprendere gli studi già abbandonati a 13 anni (per lavorare in ospedale). A 19 anni lavora nella pubblicità e nel tempo libero di dedica ad organizzare gruppi teatrali. A 22 anni entra nel cinema come attore4 e nel breve giro di un biennio dirige il suo primo film.

Mizoguchi Kenji inizia dunque la sua carriera in un momento di grande fermento per l'industria cinematografica e si fa le ossa con una serie molto disparata di film, ma deve attendere fino al 1936 con Naniwa hika (Osaka Elegy) per riuscire a realizzare un opera sentita personalmente e per poi proseguire su quello stesso cammino Gion no shimai (Le sorelle di Gion) nel medesimo anno. È qui che incomincia realmente ad affacciarsi la poetica mizoguchiana ed qui che incomincia ad affermarsi il suo stile, caratterizzato da un uso quasi ossessivo del piano sequenza e da una contaminazione visiva che risente fortemente di influenze pittoriche, in primis dell'ukiyo-e.
La Guerra lo costringe nuovamente a venire a patti con le necessità del tempo ed è costretto a realizzare, quasi controvoglia ma con piglio tutto suo, alcuni film d'ambientazione storica “favorevoli alla politica del tempo” tra cui spicca per splendore Genroku Chushingura (La Vendetta dei 47 ronin), film in due parti del 1941-42. Al termine dello scontro bellico il regista torna a dedicarsi ai temi prediletti, prima nella forma del dramma contemporaneo e poi, verso il finire della carriera con i riconosciuti capolavori d'ambiente storico; ricopre anche la carica di presidente del Director's Guild of Japan (1937-43 e 1949-55).
Inizia ora il suo periodo di gloria, grazie al successo riscosso da Rashomon di Kurosawa Akira nel 1951 alla Mostra del cinema di Venezia, il mercato occidentale apre ai registi dell'estremo oriente e conferisce riconoscimenti alle ultime opere di Mizoguchi.
Sono gli anni di Saikaku ichidai onna (Vita di Oharu, 1952)5, che ragala al modo una delle più straordinarie figure femminili della storia del cinema, interpretata dalla immensa Tanaka Kinuyo, e di Ugetsu monogatari (Racconti della luna pallida d'agosto, 1953). Ugetsu è uno dei massimi capolavori della storia del cinema. Sullo spunto di una raccolta di
novelle del XVI secolo6, Mizoguchi si muove in un mondo sospeso, dove i destini di uomini dilaniati dalla violenza e dalla sete di potere si incrociano con quelli di donne che cercano disperatamente di emanciparsi dal loro duro servaggio. Realtà e sogno si intrecciano con grande potenza figurativa e spesso assumono la dimensione dell'incubo. Ne risulta una graffiante demitizzazione di almeno un paio di figure cruciali della tradizione storico-leggendaria giapponese: quella del samurai-eroe, che qui si mostra in tutta la sua inumana ferocia, e quella della nobile fanciulla innocente, che si rivela una strega crudele.
Nel 1954 Mizoguchi parte da un'altra opera letteraria per realizzare Chikamatsu monogatari (Gli amanti crocifissi) preceduto solo qualche mese prima da un altro dei suoi capolavori: Sansho Dayu (L'intendente Sansho). Se quest'ultimo risulta incentrato sull'ossessione del potere e il conflitto tra innovazione e tradizione, il primo, che racconta una storia d'amore impossibile, risulta un'opera strutturata sulla base di immagini di evidente derivazione pittorica, perfettamente incastonate in una serie di piani-sequenza di rara forza espressiva, dove dominano la gestualità, le espressioni sottilmente erotiche dei volti, l'essenzialità dei dialoghi.
L'ultimo film completo di Mizoguchi a noi giunto, riprende i temi a lui cari della condizione femminile nel Giappone contemporaneo. Akasen chitai (La strada della vergogna, 1956) non solo è una delle sue opere migliori, ma anche una delle più drammatiche della carriera del grande regista.
Muore di leucemia nel 1956 a Kyoto.
3 commenti:
Ma grazie dei subs carissimi *_*
Ottimo lavoro!!!
Ottima anche la recensione !
Grandissimi!
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